Ti segue ovunque.
Sa sempre dove sei, cosa fai.
Nulla sfugge alla sua attenzione e al suo sguardo, anche quando sembra distratto, indifferente alla tua sorte.
D'improvviso, si presenta nella tua vita e dice di amarti.
Che sei una sua proprietà fin dalla nascita.
All'inizio è gentile, poi diventa ossessivo.
Ti manda dietro i suoi scagnozzi, cerca di blandirti con le buone, e poi con le minacce.
Dice che ti perdonerà qualsiasi cosa, ma è pronto a farti passare l'inferno per ogni tuo tentativo di allontanarti da lui.
Se lo rinnegherai, ti scatenerà contro le invettive di chi ha la sua delega in zona.
Se lo adori e lo invochi, non ti degnerà di uno sguardo, di un cenno, di una qualsivoglia prova della sua presenza, della sua esistenza.
E' contento solo se può farti restare in eterno nel dubbio, senza mai darti certezze, se non la pena che dovrai patire nel momento in cui gli volterai le spalle.
Non puoi denunciarlo, sono tutti con lui.
Diranno che sei tu a essere in malafede, che non capisci, che sei cieca al suo amore, che esageri con le lamentele.
Fino a quando sarà troppo tardi e preda della disperazione, attuerai il passo falso.
Diventando come uno dei suoi scagnozzi, o cercando scampo nel suo esatto contrario.
Senza accorgerti che il suo più grande nemico non è che il suo riflesso distorto.
DIO E' UNO STALKER!
giovedì 30 settembre 2010
venerdì 17 settembre 2010
Voglio il tuo sangue
La casa in montagna è l'ultimo rifugio a sua disposizione.
Ha messo le altre proprietà in vendita e ha spostato tutti i suoi conti e le azioni delle varie società in alcuni siti virtuali da cui potrà recuperarli con calma dopo.
Sempre che sopravviva a tutto quel casino.
Se pensa a come tutto ha avuto inizio prova un misto di rabbia e sconcerto.
E' sempre stato molto attento e cauto, quando i Turisti calano a frotte sulla Terra per i giri programmati dal comitato di bio etica, sa bene che tra di loro c'è sempre qualcuno che lavora per il comitato e quindi si tiene alla larga specie dalle belle donzelle o dai tizi troppo amichevoli.
Al massimo concede loro un drink, una mezz'ora con i suoi ragazzi, o le sue ragazze, nel locale che gestisce vicino la costa e che rappresenta, almeno ufficialmente, l'unico bene di sua proprietà.
Invece la sera di una settimana prima - solo una settimana, accidenti!- si era lasciato catturare dal fascino di quella tizia.
Tutto sommato, niente di che, di media altezza, snella ma piena nei punti gusti, carnagione lattea, occhi scuri e un atteggiamento che sfiorava la superbia.
Lui le aveva offerto da bere il primo giro, come al solito, poi aveva cominciato a chiederle cosa fosse venuta a fare sulla Terra visto che, a quanto pareva, si annoiava terribilmente.
O almeno, quella era l'impressione che dava.
Lei aveva replicato dicendo che sì, si annoiava ma era lì per lavoro, non per divertimento, e che si era concessa una mezza serata di pausa prima di ricominciare.
Lavoro?
Che tipo di lavoro?
Lei non aveva risposto, allora lui le aveva chiesto come si chiamasse e se non facesse, per caso, parte del comitato.
Un'occhiata gelida, poi la donna aveva risposto che no, non faceva parte del comitato, lei lavorava in proprio.
E che un nome valeva l'altro.
A quel punto, giudicandola vagamente sciroccata, era stato tentato di lasciarla al suo drink e alla sua solitudine e in effetti si era allontanato, ma ogni tanto le lanciava un'occhiata e la scopriva lì, sempre sola davanti il suo bicchiere di liquido rosa, circondata da gente eppure separata da quella massa di persone come da un muro invisibile.
Alla fine non aveva resistito ed era tornato da lei.
E l'incubo era cominciato.
Oh, lo sapeva, lo sapeva di aver combinato un grosso guaio quando lei gli aveva chiesto se potevano andare a casa sua, e perchè no?
Ed eccolo, il risultato.
Gli agenti del fisco si sono gettati sui suoi conti segreti come bestie feroci su una scia di sangue, gli hanno sottratto metà del patrimonio a sua disposizione e ora stanno cercando l'altra metà.
Il suo sangue!
La sua linfa vitale, il motivo per cui è rimasto sulla Terra invece che andarsene su qualche altro pianeta che non sia soggetto a certe regole di controllo ambientale, costringendolo a vivere in quelle pseudo città circondata da una folta vegetazione invece che in qualche decadente nucleo urbano costruito sugli Avamposti Esterni, modelli di antiche città di un tempo, incasinate, sporche, trafficate, con zone residenziali simili a oasi in un deserto di cemento.
Sì, gli sarebbe piaciuto vivere lì, godere del contrasto tra la sua posizione e quella dei poveracci all'intorno, invece di essere uno dei tanti.
E invece ora rischia di doversi rintanare in quel buco tra i boschi aspettando, e sperando, che gli esattori mollino la presa e si lascino fuorviare dalle sue strategie di depistaggio.
Sistema i suoi bagagli, accende il fuoco e il sistema di riscaldamento collegato a esso, dopo una mezz'ora il cottage risulta finalmente accogliente, anche grazie al caffè che si è preparato e che ora si gusta sedendo di fronte le fiamme che ardono i ceppi.
E' sempre stato un uomo d'azione, e ora, nonostante lo spavento al pensiero che quella lo trovi anche lì riferendo al comitato -sempre che non lavori veramente per qualcun altro... - che il signor V. ha altre proprietà, deve ancora donare qualcosa alla società, può ancora essere spremuto, ebbene, prova più che altro un'ira infinita.
Perchè fuggire?
Ammettilo, dice a sé stesso, ti sei spaventato per qualcos altro oltre che per la possibilità di venire condotto al cospetto del gruppo dirigente dell'esattoria intergalattica.
Corruga la fronte, fissando i ceppi, ascoltando il suono che fa' il legno consumato dal fuoco.
C'è qualcosa di peggio che perdere tutte le sue proprietà, qualcosa che sfiora i limiti delle assurdità.
Eppure...
I suoi colleghi, gli amici, quante volte ne avevano parlato?
Il comitato vigila sul rispetto delle leggi per la protezione ambientale, gli esattori inseguono e perseguitano gli evasori.
Solitamente entrambi gli enti sono magnanimi con chi viola le loro leggi e sono particolarmente severi solo con i renitenti o quelli che danneggiano in modo serio sistemi di gestione fiscale o biotopi.
Lui non ha solo evaso le tasse per milioni di crediti annui, ma, peggio ancora, ha venduto azioni di biotopi fingendosi gestore di società collegate al comitato.
Così facendo ha reso possibile la costruzione di città o l'estrazione di minerali e metalli preziosi in zone protette, guadagnandoci sopra ulteriormente.
E ora che l'hanno scoperto, se lo trovassero lo porterebbero direttamente in una prigione orbitale dove languirebbe per almeno dieci anni, e all'uscita, si troverebbe con il minimo indispensabile per sopravvivere fino a che non avesse trovato un lavoro con cui ricominciare.
Sì, una prospettiva terribile, ma la cosa più atroce sarebbe scoprire che i suoi amici, i colleghi e gli ubriaconi che frequentano a tarda notte il suo locale hanno ragione e ci sono punizioni più drastiche per quelli come lui, indifferenti ai danni apportati al sistema sociale, economico e ambientale.
Punizioni non accettate, ufficialmente, dagli enti preposti ai controlli, ma considerate un effetto collaterale di certe azioni altrettanto drastiche.
Insomma, si lascia correre, distogliendo lo sguardo e fingendo che non stia accadendo nulla.
Sì, leggende, anzi, emerite cavolate, le ha sempre considerate.
Ma allora, come spiegare che alcuni dei suoi conoscenti, e qualche vero amico, di punto in bianco non si è fatto più vedere in giro, e hanno cominciato a circolare voci su una loro misteriosa defezione?
E come spiegare che ogni proprietà e singolo centesimo di quella gente è stata sequestrata e riportata nelle casse del bene pubblico?
Nessun processo, nessun imputato, niente più amico o collega.
E le voci continuavano a circolare...
Un suono lo fa sobbalzare, rischiando di farlo ustionare col caffè bollente che quasi trabocca dalla tazza.
E' sera, ormai, e intorno al cottage c'è solo il bosco.
Borbottando contro la sua stupida suggestionabilità si alza avvicinandosi alla finestra che affaccia sul vialetto di ingresso.
Vede il suo riflesso nel vetro.
Poi vede qualcos altro.
Un altro viso, dietro il suo.
Si sente gelare e rimane immobile, non ricordando nemmeno come si fa a respirare.
"Prendi fiato, piccolino."
Sente il torace espandersi, il respiro roco e accelerato che gli torna con un singulto in gola, si volta lentamente, non perché voglia rimandare il momento in cui affronterà il suo ospite inatteso, ma semplicemente perché i muscoli sembra gli si siano annodati nel collo impedendogli movimenti più rapidi.
"Da dove...sei uscita?" le chiede mentre lei raggiunge una poltrona e siede.
Indossa un completo a pantaloni e una giacca leggera, troppo leggera per il clima esterno.
"La domanda giusta sarebbe: da dove sei entrata, non credi?" replica lei con un mezzo sorriso poi torna seria e gli fa' un cenno:
"Vieni, siediti."
Lui vorrebbe allontanarsi, invece, aprire la porta e fuggire.
Deve dipendere dal fatto che l'Uomo rimane comunque un animale, a dispetto dei progressi scientifici e tecnologici di cui la sua specie si è circondata.
E il suo istinto di animale gli dice che quella donna è pericolosa non solo come agente del comitato e del fisco, ma per qualcos altro.
Pensa alle voci, alle leggende, e decide che fuggire è inutile.
Siede dove lei gli ha indicato quindi aspetta, rigido, le mani attorno la tazza, gli occhi fissi in quelli scuri di lei.
La donna annuisce, come approvando la sua sottomissione:
"In effetti, ero già qui da ore. Pensavi davvero che potessi sfuggirmi?"
Deglutisce, prende un sorso di caffé:
"Penso di sì."
La donna sospira, passandosi una mano tra i corti capelli castani.
"Io non mi lascio sfuggire nessuno, piccolino, men che meno una preda grossa e ambita come te."
"Preda?" gracchia lui.
"Devi sapere che un tempo la mia specie sottoscrisse un patto con la tua."
"La tua specie... Ma cosa vuoi dire?" chiede ritraendosi poi istintivamente quando lei si china in avanti:
"Non prendere in giro te stesso, mio caro. Sai benissimo che quelle voci non erano solo tali e che io sono quel che si dice in giro io sia."
Si riadagia sulla poltrona lasciandogli riprendere fiato.
Nonostante il fuoco sia diminuito in intensità e l'aria sia leggermente più fredda, lui suda come se si trovasse al cospetto di un enorme rogo.
"Leggende, ma si sa, le leggende hanno sempre un fondo di verità. E, come ti stavo dicendo, io e alcuni miei simili sottoscrivemmo un patto con gli umani al principio del nuovo indirizzo sociale."
Volta lo sguardo verso il fuoco con espressione vagamente nostalgica, lui la osserva sentendosi dividere a metà.
Da una parte la certezza che si trova al cospetto di una matta, dall'altra la voce dell'istinto che gli dice come non solo l'esistenza della donna - donna?- sia possibile ma incontrovertibile, visto che è lì con lui.
Lei continua, con voce bassa e cantilenante, quasi ipnotizzante:
"All'epoca i nuovi mezzi tecnologici e scientifici erano tali che i tuoi simili avrebbero potuto eliminarci in un momento. Ci diedero però una possibilità. Avremmo potuto far parte della loro, della vostra società, in cambio di un aiuto. Indovina quale?"
Si gira repentinamente a fissarlo e lui sussulta ancora, posa la tazza sospirando e passandosi le mani sul volto:
"Non lo so." sussurra, stremato da quella lotta silenziosa tra la sua ragione e l'animale che è in lui, e trema al cospetto di quella donna.
Lei mostra nuovamente quel suo mezzo sorriso:
"Beh, è semplice: avremmo potuto restare tra di voi in cambio di un aiuto alla lotta contro la criminalità. Trovare evasori, criminali ripetutamente colpevoli di danni ambientali e di furti sociali... Chi accettava di arrendersi alle leggi del comitato e delle agenzie del fisco poteva essere lasciato in pace ma chi, come te, continuava a violare impunemente la legge, sarebbe appartenuto a noi. E tu, ora, sei mio."
Si alza, gli si ferma di fronte, si inginocchia fino a guardarlo negli occhi:
"So che speri ancora di sbagliarti ma, vedi, non ti sbagli. La tua fuga dalle responsabilità ha fine qui, e ora."
Allunga una mano, lui rimane immobile, il fiato nuovamente incastrato in gola.
La pelle di lei è fredda, liscia e non sgradevole al tatto, anzi.
Si rilassa, come se il suo tocco avesse il potere di togliere la volontà o solo la voglia di lottare.
"Sei bella."
"Fa parte dell'armamentario a nostra disposizione." gli spiega e sorride, stavolta mostrando senza reticenze l'altra parte del suo armamentario, prima di chinarsi e usarlo su di lui.
FINE.
Ha messo le altre proprietà in vendita e ha spostato tutti i suoi conti e le azioni delle varie società in alcuni siti virtuali da cui potrà recuperarli con calma dopo.
Sempre che sopravviva a tutto quel casino.
Se pensa a come tutto ha avuto inizio prova un misto di rabbia e sconcerto.
E' sempre stato molto attento e cauto, quando i Turisti calano a frotte sulla Terra per i giri programmati dal comitato di bio etica, sa bene che tra di loro c'è sempre qualcuno che lavora per il comitato e quindi si tiene alla larga specie dalle belle donzelle o dai tizi troppo amichevoli.
Al massimo concede loro un drink, una mezz'ora con i suoi ragazzi, o le sue ragazze, nel locale che gestisce vicino la costa e che rappresenta, almeno ufficialmente, l'unico bene di sua proprietà.
Invece la sera di una settimana prima - solo una settimana, accidenti!- si era lasciato catturare dal fascino di quella tizia.
Tutto sommato, niente di che, di media altezza, snella ma piena nei punti gusti, carnagione lattea, occhi scuri e un atteggiamento che sfiorava la superbia.
Lui le aveva offerto da bere il primo giro, come al solito, poi aveva cominciato a chiederle cosa fosse venuta a fare sulla Terra visto che, a quanto pareva, si annoiava terribilmente.
O almeno, quella era l'impressione che dava.
Lei aveva replicato dicendo che sì, si annoiava ma era lì per lavoro, non per divertimento, e che si era concessa una mezza serata di pausa prima di ricominciare.
Lavoro?
Che tipo di lavoro?
Lei non aveva risposto, allora lui le aveva chiesto come si chiamasse e se non facesse, per caso, parte del comitato.
Un'occhiata gelida, poi la donna aveva risposto che no, non faceva parte del comitato, lei lavorava in proprio.
E che un nome valeva l'altro.
A quel punto, giudicandola vagamente sciroccata, era stato tentato di lasciarla al suo drink e alla sua solitudine e in effetti si era allontanato, ma ogni tanto le lanciava un'occhiata e la scopriva lì, sempre sola davanti il suo bicchiere di liquido rosa, circondata da gente eppure separata da quella massa di persone come da un muro invisibile.
Alla fine non aveva resistito ed era tornato da lei.
E l'incubo era cominciato.
Oh, lo sapeva, lo sapeva di aver combinato un grosso guaio quando lei gli aveva chiesto se potevano andare a casa sua, e perchè no?
Ed eccolo, il risultato.
Gli agenti del fisco si sono gettati sui suoi conti segreti come bestie feroci su una scia di sangue, gli hanno sottratto metà del patrimonio a sua disposizione e ora stanno cercando l'altra metà.
Il suo sangue!
La sua linfa vitale, il motivo per cui è rimasto sulla Terra invece che andarsene su qualche altro pianeta che non sia soggetto a certe regole di controllo ambientale, costringendolo a vivere in quelle pseudo città circondata da una folta vegetazione invece che in qualche decadente nucleo urbano costruito sugli Avamposti Esterni, modelli di antiche città di un tempo, incasinate, sporche, trafficate, con zone residenziali simili a oasi in un deserto di cemento.
Sì, gli sarebbe piaciuto vivere lì, godere del contrasto tra la sua posizione e quella dei poveracci all'intorno, invece di essere uno dei tanti.
E invece ora rischia di doversi rintanare in quel buco tra i boschi aspettando, e sperando, che gli esattori mollino la presa e si lascino fuorviare dalle sue strategie di depistaggio.
Sistema i suoi bagagli, accende il fuoco e il sistema di riscaldamento collegato a esso, dopo una mezz'ora il cottage risulta finalmente accogliente, anche grazie al caffè che si è preparato e che ora si gusta sedendo di fronte le fiamme che ardono i ceppi.
E' sempre stato un uomo d'azione, e ora, nonostante lo spavento al pensiero che quella lo trovi anche lì riferendo al comitato -sempre che non lavori veramente per qualcun altro... - che il signor V. ha altre proprietà, deve ancora donare qualcosa alla società, può ancora essere spremuto, ebbene, prova più che altro un'ira infinita.
Perchè fuggire?
Ammettilo, dice a sé stesso, ti sei spaventato per qualcos altro oltre che per la possibilità di venire condotto al cospetto del gruppo dirigente dell'esattoria intergalattica.
Corruga la fronte, fissando i ceppi, ascoltando il suono che fa' il legno consumato dal fuoco.
C'è qualcosa di peggio che perdere tutte le sue proprietà, qualcosa che sfiora i limiti delle assurdità.
Eppure...
I suoi colleghi, gli amici, quante volte ne avevano parlato?
Il comitato vigila sul rispetto delle leggi per la protezione ambientale, gli esattori inseguono e perseguitano gli evasori.
Solitamente entrambi gli enti sono magnanimi con chi viola le loro leggi e sono particolarmente severi solo con i renitenti o quelli che danneggiano in modo serio sistemi di gestione fiscale o biotopi.
Lui non ha solo evaso le tasse per milioni di crediti annui, ma, peggio ancora, ha venduto azioni di biotopi fingendosi gestore di società collegate al comitato.
Così facendo ha reso possibile la costruzione di città o l'estrazione di minerali e metalli preziosi in zone protette, guadagnandoci sopra ulteriormente.
E ora che l'hanno scoperto, se lo trovassero lo porterebbero direttamente in una prigione orbitale dove languirebbe per almeno dieci anni, e all'uscita, si troverebbe con il minimo indispensabile per sopravvivere fino a che non avesse trovato un lavoro con cui ricominciare.
Sì, una prospettiva terribile, ma la cosa più atroce sarebbe scoprire che i suoi amici, i colleghi e gli ubriaconi che frequentano a tarda notte il suo locale hanno ragione e ci sono punizioni più drastiche per quelli come lui, indifferenti ai danni apportati al sistema sociale, economico e ambientale.
Punizioni non accettate, ufficialmente, dagli enti preposti ai controlli, ma considerate un effetto collaterale di certe azioni altrettanto drastiche.
Insomma, si lascia correre, distogliendo lo sguardo e fingendo che non stia accadendo nulla.
Sì, leggende, anzi, emerite cavolate, le ha sempre considerate.
Ma allora, come spiegare che alcuni dei suoi conoscenti, e qualche vero amico, di punto in bianco non si è fatto più vedere in giro, e hanno cominciato a circolare voci su una loro misteriosa defezione?
E come spiegare che ogni proprietà e singolo centesimo di quella gente è stata sequestrata e riportata nelle casse del bene pubblico?
Nessun processo, nessun imputato, niente più amico o collega.
E le voci continuavano a circolare...
Un suono lo fa sobbalzare, rischiando di farlo ustionare col caffè bollente che quasi trabocca dalla tazza.
E' sera, ormai, e intorno al cottage c'è solo il bosco.
Borbottando contro la sua stupida suggestionabilità si alza avvicinandosi alla finestra che affaccia sul vialetto di ingresso.
Vede il suo riflesso nel vetro.
Poi vede qualcos altro.
Un altro viso, dietro il suo.
Si sente gelare e rimane immobile, non ricordando nemmeno come si fa a respirare.
"Prendi fiato, piccolino."
Sente il torace espandersi, il respiro roco e accelerato che gli torna con un singulto in gola, si volta lentamente, non perché voglia rimandare il momento in cui affronterà il suo ospite inatteso, ma semplicemente perché i muscoli sembra gli si siano annodati nel collo impedendogli movimenti più rapidi.
"Da dove...sei uscita?" le chiede mentre lei raggiunge una poltrona e siede.
Indossa un completo a pantaloni e una giacca leggera, troppo leggera per il clima esterno.
"La domanda giusta sarebbe: da dove sei entrata, non credi?" replica lei con un mezzo sorriso poi torna seria e gli fa' un cenno:
"Vieni, siediti."
Lui vorrebbe allontanarsi, invece, aprire la porta e fuggire.
Deve dipendere dal fatto che l'Uomo rimane comunque un animale, a dispetto dei progressi scientifici e tecnologici di cui la sua specie si è circondata.
E il suo istinto di animale gli dice che quella donna è pericolosa non solo come agente del comitato e del fisco, ma per qualcos altro.
Pensa alle voci, alle leggende, e decide che fuggire è inutile.
Siede dove lei gli ha indicato quindi aspetta, rigido, le mani attorno la tazza, gli occhi fissi in quelli scuri di lei.
La donna annuisce, come approvando la sua sottomissione:
"In effetti, ero già qui da ore. Pensavi davvero che potessi sfuggirmi?"
Deglutisce, prende un sorso di caffé:
"Penso di sì."
La donna sospira, passandosi una mano tra i corti capelli castani.
"Io non mi lascio sfuggire nessuno, piccolino, men che meno una preda grossa e ambita come te."
"Preda?" gracchia lui.
"Devi sapere che un tempo la mia specie sottoscrisse un patto con la tua."
"La tua specie... Ma cosa vuoi dire?" chiede ritraendosi poi istintivamente quando lei si china in avanti:
"Non prendere in giro te stesso, mio caro. Sai benissimo che quelle voci non erano solo tali e che io sono quel che si dice in giro io sia."
Si riadagia sulla poltrona lasciandogli riprendere fiato.
Nonostante il fuoco sia diminuito in intensità e l'aria sia leggermente più fredda, lui suda come se si trovasse al cospetto di un enorme rogo.
"Leggende, ma si sa, le leggende hanno sempre un fondo di verità. E, come ti stavo dicendo, io e alcuni miei simili sottoscrivemmo un patto con gli umani al principio del nuovo indirizzo sociale."
Volta lo sguardo verso il fuoco con espressione vagamente nostalgica, lui la osserva sentendosi dividere a metà.
Da una parte la certezza che si trova al cospetto di una matta, dall'altra la voce dell'istinto che gli dice come non solo l'esistenza della donna - donna?- sia possibile ma incontrovertibile, visto che è lì con lui.
Lei continua, con voce bassa e cantilenante, quasi ipnotizzante:
"All'epoca i nuovi mezzi tecnologici e scientifici erano tali che i tuoi simili avrebbero potuto eliminarci in un momento. Ci diedero però una possibilità. Avremmo potuto far parte della loro, della vostra società, in cambio di un aiuto. Indovina quale?"
Si gira repentinamente a fissarlo e lui sussulta ancora, posa la tazza sospirando e passandosi le mani sul volto:
"Non lo so." sussurra, stremato da quella lotta silenziosa tra la sua ragione e l'animale che è in lui, e trema al cospetto di quella donna.
Lei mostra nuovamente quel suo mezzo sorriso:
"Beh, è semplice: avremmo potuto restare tra di voi in cambio di un aiuto alla lotta contro la criminalità. Trovare evasori, criminali ripetutamente colpevoli di danni ambientali e di furti sociali... Chi accettava di arrendersi alle leggi del comitato e delle agenzie del fisco poteva essere lasciato in pace ma chi, come te, continuava a violare impunemente la legge, sarebbe appartenuto a noi. E tu, ora, sei mio."
Si alza, gli si ferma di fronte, si inginocchia fino a guardarlo negli occhi:
"So che speri ancora di sbagliarti ma, vedi, non ti sbagli. La tua fuga dalle responsabilità ha fine qui, e ora."
Allunga una mano, lui rimane immobile, il fiato nuovamente incastrato in gola.
La pelle di lei è fredda, liscia e non sgradevole al tatto, anzi.
Si rilassa, come se il suo tocco avesse il potere di togliere la volontà o solo la voglia di lottare.
"Sei bella."
"Fa parte dell'armamentario a nostra disposizione." gli spiega e sorride, stavolta mostrando senza reticenze l'altra parte del suo armamentario, prima di chinarsi e usarlo su di lui.
FINE.
sabato 11 settembre 2010
Scrivere.Questa follia.
Scrivere è da folli, specie se vivi in un Paese dove, per essere pubblicati, o devi conoscere qualcuno che ti conduca all'interno dell'elite editoriale o devi scrivere qualcosa di tanto idiota e facilmente smerciabile che gli editori metteranno in circolo senza batter ciglio qualunque tuo lavoro -vedi Moccia, la Meyer et similia.
Non che mi freghi particolarmente essere pubblicata, ma nemmeno posso dire che non sia piacevole vedere il proprio nome su un sito on line o stampato su carta, e di certo molti autori meritano la pubblicazione e hanno contribuito alla mia formazione intellettuale ed emotiva.
Ma per chi, come me, scrive di fantascienza, genere di nicchia in Italia, farsi pubblicare è una fatica doppia.
C'è Urania, la collana mondadori, ma a parte che Mondadori è sinonimo di Berlusconi e non mi farei pubblicare da quel tizio nemmeno fosse l'unica opportunità a mia disposizione, nel corso degli anni ho notato quanto poco abbia da offrire, a parte qualche racconto o romanzo degni di nota, trattando perlopiù di successi commerciali anglosassoni o americani, dove la pubblicazione è molto più facile ed è anche più facile il rischio di mettere a disposizione dei lettori opere a buon mercato.
L'Urania impoverita,la chiamo e vi assicuro, senza alcun desiderio di rivalsa o rancore, d'altronde io ho pubblicato i miei racconti per una casa editrice che purtroppo è in serie difficoltà economiche proprio per la sua indipendenza dai grandi giri editoriali, ma la pubblicazione è l'ultimo dei miei problemi, solo che mi piacerebbe si desse più ascolto e voce alla marea di scrittori in erba, o già affermati in ambiti locali, di farsi conoscere dal pubblico, che spesso si accontenta delle hit parade dei best seller scelti appositamente per il circuito commerciale.
Piccolo e innocente sfogo, quindi, nulla di più.
Ah,un'altra cosa. Ecco cosa mi risposero alcune case editrici quando chiesi se potessi inviare i miei racconti per una valutazione da parte dei loro redattori:
Spiacenti,ma non pubblichiamo opere che non siano di autori già affermati.
Cioè,se non pubblicano non mi pubblicano, ma se non sono affermata come mi fanno a conoscere e a farmi pubblicare?
E' come quando vai in banca e chiedi un prestito.
Certo, ti dicono, lei mi dia le garanzie di avere i soldi per ridarmi i soldi che le presto.
Ma se te li sto chiedendo mi sembra logico che non ne ho di partenza, no?
I misteri della vita...
Non che mi freghi particolarmente essere pubblicata, ma nemmeno posso dire che non sia piacevole vedere il proprio nome su un sito on line o stampato su carta, e di certo molti autori meritano la pubblicazione e hanno contribuito alla mia formazione intellettuale ed emotiva.
Ma per chi, come me, scrive di fantascienza, genere di nicchia in Italia, farsi pubblicare è una fatica doppia.
C'è Urania, la collana mondadori, ma a parte che Mondadori è sinonimo di Berlusconi e non mi farei pubblicare da quel tizio nemmeno fosse l'unica opportunità a mia disposizione, nel corso degli anni ho notato quanto poco abbia da offrire, a parte qualche racconto o romanzo degni di nota, trattando perlopiù di successi commerciali anglosassoni o americani, dove la pubblicazione è molto più facile ed è anche più facile il rischio di mettere a disposizione dei lettori opere a buon mercato.
L'Urania impoverita,la chiamo e vi assicuro, senza alcun desiderio di rivalsa o rancore, d'altronde io ho pubblicato i miei racconti per una casa editrice che purtroppo è in serie difficoltà economiche proprio per la sua indipendenza dai grandi giri editoriali, ma la pubblicazione è l'ultimo dei miei problemi, solo che mi piacerebbe si desse più ascolto e voce alla marea di scrittori in erba, o già affermati in ambiti locali, di farsi conoscere dal pubblico, che spesso si accontenta delle hit parade dei best seller scelti appositamente per il circuito commerciale.
Piccolo e innocente sfogo, quindi, nulla di più.
Ah,un'altra cosa. Ecco cosa mi risposero alcune case editrici quando chiesi se potessi inviare i miei racconti per una valutazione da parte dei loro redattori:
Spiacenti,ma non pubblichiamo opere che non siano di autori già affermati.
Cioè,se non pubblicano non mi pubblicano, ma se non sono affermata come mi fanno a conoscere e a farmi pubblicare?
E' come quando vai in banca e chiedi un prestito.
Certo, ti dicono, lei mi dia le garanzie di avere i soldi per ridarmi i soldi che le presto.
Ma se te li sto chiedendo mi sembra logico che non ne ho di partenza, no?
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