mercoledì 11 febbraio 2009

Libera farfalla

Dopo un lungo periodo di quiete e oblio riprendo coscienza di me. Non fisicamente, a quel livello non sento nulla, è come se non avessi un corpo. Riesco però a vedere il mondo esterno, a sentirne nuovamente il clamore, anche se qui, in ospedale, i suoni sono attutiti, e in questo reparto, in special modo, tutti sussurranno e sfiorano le cose quasi temendo che un contatto più rude possa infrangere qualche nascosto equilibrio. Gli unici che parlano a voce normale, senza gridare ma con chiarezza, sono i miei genitori. Li sento parlare coi medici, poi con me anche se sono coscienti che io non posso rispondere e probabilmente pensano che non possa nemmeno sentirli. Poco male. Probabilmente sono ancora nella fase iniziale della situazione quando, dopo un forte trauma, si cerca di tornare rapidamente a una routine quotidiana. In realtà sono stupita di sapermi in ospedale, visto che non c'erano speranze pensavo di essere già andata via da questa valle di lacrime, ma evidentemente c'è una qualche forma di misura pecauzionale e sono costretta a giacere immobile in un letto, legata a tubi vari, in attesa che qualcuno stacchi la spina. Sono un tipo paziente, lo sono sempre stata. Aspetterò.


Oggi mio padre e mia madre parlavano con due tipi dall'aria severa, vestiti in identica maniera con completi neri e grigi, le facce quasi completamente nascoste da grandi occhiali neri. I miei sembrano alterati, anche se conservano i loro modi garbati, i due tipi assicurano che non vogliono intralciare il processo già in atto, anzi, ma devono assicurarsi che le cose siano fatte nel giusto modo. Comincio a capire che ci sono dei problemi. Nei giorni seguenti i tipi in giacca e cravatta più alcuni altri tizi con espressioni furibonde e qualche prete sostano nella mia stanza martellando parenti e amici con aargomenti riguardo il rispetto per la vita e la cura della sofferenza a oltranza. Parlano di me? Decido di farmi un giro all'esterno, ho questa capacità anche se posso allontanarmi di poco, diciamo fino all'ingresso dell'ospedale. E noto sgomenta due cose: una è la data odierna, riportata su alcuni giornali che svolazzano sul marciapiede. Mi rendo conto che sono passati quasi venti anni da quando ho avuto l'incidente! L'altra è la folla che rumoreggia di fronte l'ingresso del nosocomio, gruppi di persone con cartelli dedicati a santi, preti, papi e madonne varie, ad associazioni per la protezione a oltranza della vita, e quelli più orribili in assoluto, in cui ci sono io in una foto di due decenni fa', quando ero ancora giovane e bella, e libera di muovermi e parlare, e sotto alcune scritte inneggianti al desiderio di farsi portavoce delle mie volontà, come se io non ne avessi già espressa una! Ma non ho visto che c'è di peggio. Scorgo dei cartelli isolati, retti da gente con espressioni furibonde. Chiamano mio padre e mia madre assassini e demoni. Li ritengono responsabili di aizzare le persone all'omicidio. Vorrei piangere e gridare ma non posso farlo. Torno nella mia stanza, i miei sono andati via e ci sono le infermiere che mi curano, puliscono il mio copo molle e rugoso, cambiano flebo e panni, trattandomi come un pezzo di carne anche se sono gentili. Voglio andarmene, non lo capite? Ora so che i miei stanno lottando affinché le mie volontà vengano rispettate. Lottano da sedici anni, lo fanno per me, per la mia libertà. Vorrei poter urlare che non ho cambiato idea ma anche se l'avessi fatto, giudico orrendo accusarli di omicidio mentre io sono già morta, e che se anche mi riprendessi sarei un peso scomodo e inutile, uno spreco di risorse sanitarie quando c'è tanta gente che sta male ma vive e vorrebbe essere curata meglio. E' strano, quando ebbi l'incidente rimasi qualche giorno cosciente, e fu durante quei giorni che ribadii ai miei la mia volontà. Staccate la spina, se dovessi diventare un vegetale o subire danni irreversibili. O anche solo essere costretta all'immobilità e a essere sottoposta a cure inutili. E invece dopo quasi venti anni sono ancora qui. Chi mi aiuterà a liberarmi?








martedì 20 gennaio 2009

Vincitori, vinti, poveri illusi.

Iniziamo dagli illusi. Davvero credete che la guerra risolva i conflitti? Mai ossimoro fu generato da una stupidaggine più sopraffina. Un conflitto per risolverne altri... E cosa si ottiene. Morti e feriti, palazzi, scuole, ospedali, luoghi di culto distrutti. E in questo terreno fertilizzato dal sangue di migliaia di vittime, germogliano i semi dell'odio eterno, della rivalsa e della vendetta, dell'estremismo religioso,del potere in mano a chi grida più forte, a chi "religiona" e non ragiona. I vittoriosi lasciano alle spalle le macerie puntando al cielo le dita a forma di V, sorridono alle telecamere soddisfatti del lavoro svolto, di aver costretto il nemico alla resa anche se provvisoria. La luce della gloria con cui li hanno convinti a confrontarsi, nutrendoli fin da piccoli con le storie sulla necessità di difendersi da un nemico subdolo, li ha accecati e ora ignorano bellamente le madri rimaste senza figli e vedove dei mariti, i mariti che hanno perso la famiglia e si affidano al loro Dio e a chi parla per Sua voce, le figlie e i figli che da grandi si armeranno per vendicare i loro cari. I vinti che festeggiano a loro volta la ritirata del nemico e pensano già alle condizioni da dettare senza considerare che nessuno ha diritti in una situazione tanto complessa, dolorosa e storica. Ci sono solo doveri, i doveri di lasciar da parte i fanatismi e le ragioni e i torti, pensare alla propria famiglia e ai propri amici, accettare che ci sia l'Altro e fare in modo che la coscienza di chi assiste, coinvolto o meno, sia capace di formare una barriera umana alle barbarie di ambedue le fazioni e di permettere alle persone di essere trattate come tali, non come numeri o raffigurazioni di nemici.
Ci vuole molto, sicuro, ma se non si inizia con un primo passo, il viaggio non comincerà mai.